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Il genocidio del popolo palestinese non si regge solo sulle decisioni del governo israeliano, sulle bombe che cadono su Gaza o sull’occupazione militare della Cisgiordania. Si regge anche su una rete economica e finanziaria internazionale che rende possibile la produzione, la vendita e l’utilizzo delle armi. Dietro ogni esercito ci sono industrie che progettano sistemi militari, governi che li autorizzano, compagnie che ne traggono profitto e banche che garantiscono credito, investimenti, servizi finanziari e legittimità economica.
Per questo è necessario portare la pressione anche nei luoghi dove la guerra viene finanziata. Intesa Sanpaolo, UniCredit e BNL Paribas non sono soggetti neutrali. Sono tra i principali gruppi bancari italiani e, secondo il rapporto ZeroArmi di Fondazione Finanza Etica e Rete Italiana Pace e Disarmo, si collocano nella fascia di “coinvolgimento significativo” con il comparto militare. Questo significa che il loro ruolo non è marginale: attraverso partecipazioni, prestiti, linee di credito, obbligazioni, servizi all’export e strumenti di investimento, queste banche contribuiscono a sostenere l’industria delle armi.
Il punto politico è semplice: se una banca finanzia aziende che producono armamenti, tecnologie militari o sistemi usati anche da Israele, quella banca non può presentarsi come estranea alla violenza che quelle armi rendono possibile. La complicità non passa solo dalla vendita diretta di un’arma. Passa anche dal credito, dagli investimenti, dai fondi, dalle garanzie, dalla sottoscrizione di titoli e da tutte quelle operazioni che permettono al sistema militare-industriale di funzionare, crescere e produrre profitti.
La campagna BDS Banche Complici denuncia proprio questo intreccio. Il coinvolgimento non riguarda soltanto un generico “investimento nel settore armi”. Secondo un report curato da 19 organizzazioni tra cui PAX e BankTrack, UniCredit e Intesa Sanpaolo compaiono tra gli istituti europei collegati finanziariamente ai grandi produttori che hanno venduto armi o sistemi militari a Israele. Il report prende in esame sei aziende — Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin, RTX, Rolls-Royce e Leonardo — e mostra che, tra gennaio 2021 e agosto 2023, banche e società finanziarie europee hanno fornito complessivamente 36,1 miliardi di euro in prestiti e sottoscrizioni e detenevano 26 miliardi di euro in azioni e obbligazioni di queste società. In questo quadro, UniCredit risulta esposta per oltre 1,5 miliardi di euro tra finanziamenti e sottoscrizioni: poco più di 1,2 miliardi in prestiti e 365 milioni in sottoscrizioni. Intesa Sanpaolo risulta invece sotto il miliardo, con 622 milioni in prestiti e 35 milioni in sottoscrizioni.
Il punto politico è che queste operazioni non sono neutre: servono a sostenere economicamente aziende che, secondo il report, hanno fornito armamenti a Israele mentre quelle armi venivano impiegate in un contesto segnato da occupazione, bombardamenti su Gaza, accuse di genocidio e violazioni del diritto internazionale.
Per questo Ultima Generazione aderisce alla campagna nazionale Banche Complici promossa da BDS Italia, una campagna che chiede di portare la pressione anche nei luoghi dove la guerra viene finanziata: banche, istituti di credito, fondi, servizi finanziari e strumenti di investimento.
La campagna, lanciata da BDS Italia, è inizialmente rivolta a UniCredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas, indicate come tra le istituzioni finanziarie italiane più coinvolte in operazioni non etiche di supporto alla colonizzazione illegale, all’apartheid in Palestina, allo sfollamento e al genocidio portato avanti da Israele, oggi esteso anche alla Cisgiordania. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, tre periodici cattolici italiani che dal 2000 promuovono la campagna di pressione sulle “banche armate”.
L’accusa rivolta anche a BNL-BNP Paribas è di essere coinvolta, insieme a UniCredit e Intesa Sanpaolo, in una o più pratiche finanziarie che sostengono Israele: il finanziamento o l’estensione di linee di credito a società che producono o forniscono armi a Israele; la sottoscrizione o distribuzione di Titoli di Stato israeliani, i cosiddetti “War Bonds”; la sottoscrizione o distribuzione di titoli azionari e obbligazionari di società presenti nella lista BDS; e l’allocazione, tramite acquisti diretti o fondi d’investimento, di capitale proprio o dei clienti in società considerate complici del genocidio, dell’occupazione e delle violazioni del diritto internazionale.
Prima di attivare la campagna, BDS Italia e le realtà coinvolte hanno chiesto alle tre banche se, in base alle loro direttive interne, avessero escluso operazioni riguardanti il settore degli armamenti con lo Stato di Israele. Le risposte sono state evasive o assenti. Questo silenzio è parte del problema: se una banca non è in grado di garantire chiaramente che il denaro dei propri clienti non contribuisca a sostenere armi, occupazione, apartheid e genocidio, allora clienti, cittadini, istituzioni e movimenti hanno il diritto e il dovere di chiedere conto di quella complicità.
Gli obiettivi principali della campagna sono due. Il primo è informare l’opinione pubblica sul ruolo della finanza italiana nel genocidio in corso, nell’occupazione, negli insediamenti coloniali e nella violazione sistematica dei diritti umani da parte di Israele in Palestina, sia a Gaza sia in Cisgiordania. Il secondo è sollecitare azioni da parte degli attuali clienti privati e istituzionali di queste banche, affinché i loro risparmi e investimenti non siano più associati a pratiche non etiche. Finché questi istituti non dimostreranno di aver interrotto in modo permanente le proprie complicità, la campagna chiede ai clienti di trasferire tutti o parte dei propri risparmi e investimenti verso istituti meno complici.
Fare pressione su Intesa Sanpaolo, UniCredit e BNL-BNP Paribas significa dire una verità semplice: i soldi non sono neutrali. Se una banca finanzia l’industria delle armi, sottoscrive titoli legati allo Stato israeliano o investe in aziende coinvolte nella macchina militare e coloniale di Israele, allora anche i risparmi delle persone possono finire dentro quel sistema.
Inoltre, agire per togliere finanziamenti alle armi che distruggono Gaza significa anche agire per il clima. Secondo lo studio War on the Climate, le operazioni militari israeliane nei primi 15 mesi dopo il 7 ottobre 2023 hanno prodotto emissioni superiori a quelle annuali dei 16 paesi meno emissivi del mondo. Se si includono anche tunnel, barriere militari e infrastrutture legate al conflitto, le emissioni superano quelle annuali di 41 paesi. La futura ricostruzione di Gaza e degli edifici distrutti in Libano potrebbe generare emissioni pari a quelle annuali della Croazia.
Per questo fare pressione sulle banche che finanziano l’industria delle armi significa agire contro il genocidio del popolo palestinese, ma anche contro un modello di guerra che accelera la crisi climatica. Le armi che distruggono Gaza non uccidono solo le persone: distruggono territori, aria, acqua, salute, futuro. Difendere la Palestina significa anche difendere la possibilità stessa di vivere su un pianeta abitabile.

Questa azione consiste nel distribuire volantini fuori dalle filiali di Intesa Sanpaolo e UniCredit, parlando direttamente con clienti, passanti e persone del quartiere. L’obiettivo è semplice: informare chi ha un conto corrente, un mutuo, un fondo o un investimento presso queste banche che il proprio denaro potrebbe essere collegato al finanziamento dell’industria militare e di aziende coinvolte nella guerra contro il popolo palestinese.
L’azione non deve essere rivolta contro lavoratrici e lavoratori della filiale, ma contro le responsabilità politiche ed economiche dei grandi gruppi bancari. Il messaggio centrale è: le persone hanno diritto di sapere dove vanno i propri soldi e devono poter scegliere di non finanziare armi, occupazione, apartheid e genocidio.
Il volantinaggio può essere accompagnato da cartelli, uno striscione visibile e una piccola presenza simbolica davanti alla banca. Lo slogan principale può essere: “Cambia banca: i tuoi soldi non devono finanziare armi a Israele” oppure, in versione più dura, “La vostra finanza uccide bambini a Gaza”.
Il rischio è generalmente più basso rispetto ad azioni di blocco o ingresso in filiale, purché non si impedisca l’accesso alla banca, non si ostacoli il passaggio e non si creino situazioni di tensione. Se l’iniziativa assume forma di riunione pubblica organizzata in luogo pubblico, può entrare in gioco l’art. 18 TULPS, che prevede il preavviso al Questore almeno tre giorni prima per i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico.
Il nuovo DDL sicurezza ha aggravato le potenziali sanzioni amministrative per chi non fornisce il preavviso:
Per fare ricorso, non bisogna aspettare la cartella esattoriale. La contestazione va affrontata quando arriva l’ingiunzione prefettizia (non il verbale rilasciato sul momento), mentre la cartella esattoriale, se mai arriverà, è una fase esecutiva successiva e non si può più discutere il merito della sanzione ma solo aspetti formali. Il ricorso deve quindi essere valutato e preparato il più rapidamente possibile, nei termini previsti, con il supporto legale.

Questa azione consiste nell’affiggere manifesti e materiali visivi in zone ad alta visibilità vicino a filiali Intesa Sanpaolo e UniCredit, oppure direttamente sulle stesse, cercando di circondare le strade che si avvicinano alle filiali. I manifesti avranno un QR Code che schiacciandolo apre una pagina nel sito web consultabile dal telefono che spiega le motivazioni per togliere il proprio conto corrente da queste banche. L’obiettivo è rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: il legame tra grandi banche, industria militare, Israele e distruzione di Gaza.
I manifesti devono essere semplici, leggibili e ripetuti in modo concentrato. Meglio pochi luoghi molto visibili e molto coperti, invece di tanti manifesti sparsi per la città. L’effetto deve essere immediato: chi passa deve capire in pochi secondi che il tema è il disinvestimento dalle banche complici.
Il rischio è medio-basso ma dipende molto da dove e come si affigge. L’art. 663 c.p. riguarda l’affissione abusiva di scritti o disegni in luogo pubblico, aperto o esposto al pubblico senza autorizzazione, con sanzione amministrativa pecuniaria indicata nelle fonti giuridiche come da 51 a 309 euro. (Gazzetta Ufficiale)
Il rischio aumenta se si affigge su beni culturali, superfici private direttamente collegate ad attività commerciali o bancarie, come vetrine di filiali, sportelli, insegne o ingressi, perché può essere contestato non solo come affissione abusiva ma anche come imbrattamento, danneggiamento, interferenza con l’attività o richiesta di risarcimento.
Se la banca muove querela per imbrattamento/deturpamento. Per i casi base su cose altrui, l’art. 639 c.p. prevede una multa penale; alcune versioni aggiornate riportano fino a 309 euro per le cose mobili, mentre per immobili o mezzi di trasporto le pene possono essere più alte.
Se viene qualificato come fatto commesso in occasione di una manifestazione in luogo pubblico o aperto al pubblico, l’art. 639 potrebbe prevedere il raddoppio delle pene. Inoltre, in alcuni casi aggravati si procede d’ufficio, quindi non serve necessariamente la querela della banca
Questa è l’opzione a maggiore esposizione. Consiste nell’entrare in una filiale di Intesa Sanpaolo o UniCredit e svolgere un sit-in nonviolento, con cartelli, volantini, uno striscione e una dichiarazione pubblica. L’obiettivo è portare il messaggio direttamente dentro il luogo simbolico della complicità finanziaria.
L’azione deve essere calma, leggibile e disciplinata. Non deve colpire lavoratrici, lavoratori o clienti presenti. Il bersaglio politico è il gruppo bancario, non il personale della filiale. Il messaggio deve essere ripetuto con chiarezza: i soldi depositati nelle banche non sono neutrali; se finanziano armi e aziende coinvolte nella guerra contro Gaza, quei soldi diventano parte del problema.
Possibile frase da leggere:
“Non siamo qui contro chi lavora in questa filiale. Siamo qui perché Intesa Sanpaolo e UniCredit devono interrompere ogni complicità con l’industria delle armi e con lo Stato di Israele. I clienti hanno diritto di sapere se i loro risparmi finanziano armi, occupazione e genocidio. Chiediamo trasparenza, disinvestimento e fine dei finanziamenti alla guerra.”
È l’azione con rischio più alto tra le tre. L’ingresso e la permanenza non autorizzata in una filiale possono portare a identificazione, richiesta di uscire, intervento delle forze dell’ordine, eventuale denuncia o contestazioni legate alla permanenza nei locali. A seconda delle circostanze, può essere evocato anche l’art. 633 c.p. sull’invasione di terreni o edifici altrui, che riguarda l’ingresso arbitrario in edifici pubblici o privati al fine di occuparli o trarne profitto; il testo vigente prevede, nella formulazione generale, reclusione da uno a tre anni e multa da 103 a 1.032 euro. (Gazzetta Ufficiale)
Il rischio aumenta se si impedisce il normale funzionamento della filiale, si bloccano ingressi o uscite, si rifiuta di uscire dopo ordini espliciti, si crea tensione con personale o clienti, o si danneggiano oggetti. Per questo l’azione va preparata con formazione nonviolenta, supporto legale informato, ruoli chiari e decisione collettiva sul livello di esposizione.
Il rischio aumenta se l’azione impedisce il normale funzionamento della filiale: per esempio se blocca ingressi o uscite, impedisce al personale di lavorare, ostacola i clienti o interrompe servizi. In questi casi potrebbero essere contestati reati più gravi, in particolare l’interruzione o turbamento di pubblico servizio / servizio di pubblica necessità, art. 340 c.p., che prevede la reclusione fino a 1 anno, e da 1 a 5 anni per capi, promotori o organizzatori.
Un altro rischio è la contestazione di violenza privata, art. 610 c.p., se il blocco viene interpretato come costrizione fisica verso personale o clienti a fare, non fare o tollerare qualcosa. La pena prevista è la reclusione fino a 4 anni, aumentabile in alcune circostanze.
Nel nostro caso, però, se l’azione resta rigorosamente nonviolenta, senza minacce, senza contatto fisico, senza blocco reale delle persone e con disponibilità a spostarsi in caso di ordini espliciti, una contestazione di violenza privata sarebbe molto più debole e difendibile. Non si può dire che verrebbe “quasi sicuramente” rigettata, ma si può dire che le modalità nonviolente servono proprio a ridurre fortemente questo rischio e a renderlo contestabile in sede legale.