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Aggiornata a 01/09/2026
La società sta collassando molto più in fretta di quanto la maggior parte delle persone riesca a immaginare. Nel giro di pochi giorni, tra Francia e Spagna, circa 320.000 persone hanno ricevuto l’ordine di evacuare o di cercare riparo a causa di numerosi incendi fuori controllo. Non stiamo parlando di un’alluvione improvvisa in una regione povera del mondo, né di una guerra civile in uno Stato già collassato. Stiamo parlando di due dei Paesi più ricchi e organizzati d’Europa, che dispongono di eserciti, satelliti, autostrade, ospedali, protezione civile e migliaia di vigili del fuoco. Eppure, davanti a incendi di una potenza nuova, anche queste strutture cominciano a mostrare i propri limiti.
Non parliamo solo di eventi estremi. Abbiamo già superato numerosi punti di non-ritorno, ovvero meccanismi che, superata una certa soglia, si auto-alimentano e diventano impossibili da fermare. Le barriere coralline tropicali hanno già oltrepassato il loro punto critico, e stanno per collassare anche l’ Amazzonia, le calotte glaciali e AMOC. Il rapporto Planetary Solvency, pubblicato dagli attuari britannici insieme all’Università di Exeter, descrive scenari nei quali il riscaldamento globale può provocare la morte di centinaia di milioni o miliardi di persone. Lo scenario definito di “decimazione”, con circa 2 °C già raggiunti entro il 2050 è il più probabile e prevede la possibile morte di oltre il 10% della popolazione mondiale. Lo scenario più grave e possibile arriva a ipotizzare oltre quattro miliardi di morti, attraverso caldo estremo, carestie, collasso degli Stati, malattie, migrazioni forzate e guerre per le risorse.
La crisi climatica diventerà la cornice totalizzante di ogni fenomeno sociale, politico ed economico. E chi possiede il potere lo sa. I grandi gruppi finanziari, tecnologici e fossili studiano gli scenari climatici, costruiscono bunker, sviluppano sistemi per amministrare incendi, blackout e migrazioni e, nello stesso momento, continuano a finanziare ed espandere l’estrazione di petrolio e gas. Non siamo davanti a persone che ignorano le conseguenze: siamo davanti a iper-miliardari che conoscono la catastrofe e scelgono di favorirla, perché i loro profitti dipendono ancora dalla sua causa e perché credono di potersi proteggere dalle sue conseguenze.
Il potere reale — economico, mediatico e politico — resta saldamente nelle mani di banche, grandi gruppi fossili e miliardari. Nessun governo, anche il più verde, ha oggi la forza di imporsi da solo a questo potere senza subire ritorsioni economiche e politiche pesanti.
Per questo pensiamo che affidarsi solo a riforme dall'alto, o aspettare che arrivi il partito o il leader giusto, non basti: rischiamo di restare in attesa di un salvatore che non arriverà. Per approfondire la nostra teoria del cambiamento, leggi qui.
In Italia, in particolare ci sono associazioni, gruppi, iniziative, ma spesso isolate tra loro, senza una strategia comune e senza una cultura condivisa. Le persone preoccupate per il clima sono già la maggioranza (quasi 9 italiani su 10!) ma si sentono sole, senza strumenti per agire insieme. Il problema non è convincere le persone: è dare loro uno spazio dove l'azione collettiva conti davvero qualcosa.
In Italia un movimento per il clima esiste: negli ultimi anni migliaia di persone hanno costruito campagne, iniziative territoriali e grandi momenti di mobilitazione. Tutto questo lavoro, però, non è ancora riuscito a scalare fino a diventare un vero movimento di massa, radicato e durevole: una forza capace di organizzare stabilmente una parte significativa della società, di essere presente in quartieri, luoghi di lavoro e comunità, e di continuare a crescere e aumentare il proprio potere anche quando l’attenzione dei media diminuisce.
Manca soprattutto una strategia comune. La scelta di durare nel tempo, invece di vivere soltanto attraverso ondate successive di mobilitazione; la scelta radicale di non essere cooptati dai partiti e trasformati nell’ennesimo serbatoio elettorale; la scelta di costruire organizzazione dal basso fino a rendere possibile una non-cooperazione di massa contro le istituzioni e le aziende che alimentano il collasso.
Pensiamo sia necessario costruire un vero e proprio potere alternativo: non solo proteste, ma anche strutture concrete, radicate nei territori, capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone e, allo stesso tempo, di entrare in conflitto con chi oggi detiene le risorse decide cosa farne. Per 'potere alternativo' intendiamo la capacità delle comunità di creare, possedere e organizzare le proprie risorse e di prendere decisioni collettive sui propri bisogni fondamentali, senza delegarle a chi oggi detiene potere economico o istituzionale e di farlo in modo da assumere il potere di negoziare, e quando occorre, di contrapporsi a quei poteri.
Questo potere non nasce da un giorno all'altro con un'esplosione improvvisa di rabbia. Nasce da minoranze organizzate, determinate e radicate nella società, capaci di durare nel tempo.
La costruzione e il conflitto devono andare insieme: costruire senza mai entrare in conflitto porta a farsi assorbire dal sistema; fare solo conflitto senza costruire nulla resta simbolico e isolato.
Lavoriamo su tre ambiti che si rafforzano a vicenda:
Questi sono 3 ambiti su cui abbiamo scelto di agire come organizzazione, ma non sono gli unici cui bisogna intervenire. Altri settori come cibo, energia, salute, solidarietà durante gli eventi estremi devono essere considerati come strategici e prioritari per un movimento (nel senso più ampio del termine) che voglia creare un potere alternativo al sistema e in grado di soppiantarlo.
Questo è il motivo per cui continueremo a collaborare, sempre di più, con altri gruppi e organizzazioni.
Ogni anno le banche private investono 775 miliardi di euro nei combustibili fossili. È uno dei motori principali del collasso climatico, ed è anche una delle leve più concrete su cui possiamo agire: la nostra proposta è organizzare campagne di massa per togliere soldi e consenso a questi istituti, a partire dal disinvestimento, e spostarli verso realtà che finanziano il mutuo aiuto e la transizione dal basso.
Non è solo un gesto simbolico. Se una campagna del genere riesce a spostare risorse reali e a rendere visibile a milioni di persone dove vanno a finire i loro risparmi, si comincia a incrinare un potere che oggi sembra intoccabile. È un primo passo dentro una strategia più lunga: sottrarre risorse a chi le usa per distruggere, e redistribuirle a chi costruisce alternative.
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Oggi chi si avvicina a un movimento per il clima lo fa quasi sempre per ragioni valoriali: perché condivide un'idea, una visione del mondo. È essenziale, ma non basta: così restiamo un movimento di nicchia, che parla solo a chi è già convinto. Se vogliamo raggiungere davvero tante persone, dobbiamo anche rispondere a bisogni concreti: cibo, casa, comunità. È attraverso il soddisfacimento di questi bisogni che le persone si avvicinano, partecipano, e solo dopo, passo dopo passo, maturano anche una visione politica.
E’ imparando a collaborare prima del collasso che si potrà affrontarlo. E’ imparando ad organizzarci che la protesta di massa diventa rivoluzione democratica.
Per questo vogliamo creare gruppi radicati nei quartieri e nei territori che rispondano a bisogni reali e portino conflitto con chi oggi detiene le risorse.
Questi gruppi svolgono tre funzioni insieme: rispondono a bisogni concreti che la politica non riesce più a soddisfare; allenano le persone a cooperare, prendere decisioni collettive e gestire risorse comuni; mostrano che un'altra organizzazione della società non solo è possibile ma desiderabile ed efficace.
Nessun movimento cresce e dura se non forma le persone che ne fanno parte. Per questo vogliamo fondare una scuola che formi centinaia di persone, dentro e fuori Ultima Generazione, per diffondere la visione, le competenze e le capacità necessarie al movimento socio-climatico.
Lo scopo non è solo educare: è far crescere e rafforzare il movimento nel suo insieme, condividendo la cultura della nonviolenza, dell'organizzazione di massa e del potere alternativo, attraverso strumenti concreti e competenze: non solo idee astratte, ma capacità pratiche di organizzazione.
I tre obiettivi — gruppi di potere alternativo, scuola di formazione e finanza etica — non sono semplicemente tre iniziative separate che si sommano. Rispondono a una logica precisa: devono rafforzarsi a vicenda.
La scuola di formazione non serve soltanto a educare politicamente le persone che attraversano Ultima Generazione. Deve anche fornire strumenti, competenze e relazioni a chi vuole costruire nuovi progetti di potere alternativo, compresi quelli che non nasceranno direttamente da noi e che potranno svilupparsi in forme autonome.
Allo stesso modo, il lavoro sulla finanza etica ha lo scopo di rafforzare, insieme a realtà affini e già attive, un ecosistema finanziario capace di spostare risorse verso progetti democratici, mutualistici e territoriali, dentro e fuori Ultima Generazione.
Sappiamo che una crescita puramente lineare — un gruppo, poi un secondo, poi un terzo — sarebbe troppo lenta rispetto ai tempi imposti dal collasso climatico. Per questo la scuola e la finanza etica devono funzionare come moltiplicatori: non aggiungere soltanto un progetto alla volta, ma aumentare il numero delle persone capaci di organizzarne di nuovi e le risorse disponibili per farli nascere, crescere e durare.
Non sarà un percorso immediato e non si concluderà dentro un singolo ciclo politico. Richiederà anni di lavoro, continuità e capacità di imparare dagli errori. Ma, secondo noi, è una delle poche strade capaci di produrre un cambiamento profondo e duraturo, invece di piccole correzioni che il sistema può assorbire e rendere innocue.
Cominciamo.