| Link breve: https://vai.ug/wiki/adnv |
Ultimo aggiornamento: 02/09/2026
“Al centro della nonviolenza, sta il principio dell'amore”
“Il potere senza amore è sconsiderato e abusivo e l'amore senza potere è sentimentale e anemico. Il potere al suo meglio è l'amore che attua le richieste della giustizia. La giustizia al suo meglio è l'amore che corregge tutto ciò che si oppone all'amore”
- Martin Luther King -
L’obiettivo di questo documento è di fornire una linea guida per la formazione all’Azione Diretta NonViolenta (ADNV) all’interno di Ultima Generazione.
La Nonviolenza come valore fondante di Ultima Generazione
“Ultima Generazione è un movimento per il cambiamento sociale che basa la sua organizzazione e la sua strategia sulla cultura e sulla storia dei movimenti di resistenza civile nonviolenta. La Nonviolenza è il valore fondante, quello che attraversa, permea ed implementa l’intera organizzazione”. Per approfondire meglio, leggi il DNA di Ultima Generazione, in particolare il capitolo Valori.
Nel farci portavoce di tale valore, e nel cercare di trasmetterlo, dobbiamo quindi interrogarci su che cosa si intende quando si parla di Nonviolenza. Per farlo, dobbiamo innanzitutto distinguere tra due diversi livelli di nonviolenza: la nonviolenza strategica e la nonviolenza di principio o nonviolenza etica.
La Nonviolenza strategica riguarda l’utilizzo di tattiche nonviolente per ottenere il cambiamento sociale desiderato. Si basa su una vasta letteratura e numerosi esempi storici di movimenti e organizzazioni che hanno scelto la Resistenza Civile Nonviolenta come forma di lotta e che hanno raggiunto (almeno parzialmente) i loro obiettivi.
Tuttavia, utilizzare una tattica nonviolenta non rende automaticamente una persona o un movimento nonviolento. Qualcuno potrebbe infatti obiettare che anche i neofascisti, quando organizzano marce o raduni, sono nonviolenti perché stanno utilizzando una tattica nonviolenta. Che cosa, dunque, ci distingue da loro?
Scegliere di adottare la nonviolenza solo perché funziona, inoltre, non basta. L'efficacia è importante per raggiungere i nostri obiettivi ma non può essere la sola motivazione, perché nessuno ci garantisce che funzionerà. Per questo farlo perché è giusto ci aiuta a continuare.
L’aspetto spirituale al di là che di quanto sia spiccato il nostro senso di spiritualità è importante perché ci può dare molta forza nel momento in cui c’è incertezza, le cose si mettono male, rischi la vita ecc.
La prima cosa che dobbiamo capire è che il significato di nonviolenza trascende la semplice assenza di violenza durante una protesta. La Nonviolenza è non rimanere indifferenti di fronte all’ingiustizia e all’oppressione che vediamo nel mondo, è agire, anche a costo di mettersi in una situazione di rischio e di potenziale danno e cercare di trasformare la situazione. La Nonviolenza è partecipazione.
I grandi movimenti a cui ci ispiriamo, dal Civil Rights Movement di Martin Luther King al movimento d'indipendenza Indiano di Gandhi, non si limitavano infatti ad utilizzare tattiche non-violente ma la loro era un Nonviolenza di principio (vedere attività 15).
Un principio è un valore etico, una convinzione morale assunta individualmente come norma cui ispirare e uniformare il proprio comportamento. In un significato più ampio, un principio può essere inteso anche come una verità universale, un valore di base, un criterio generale a cui si ispira una determinata visione della vita e della società. In questo senso, la Nonviolenza non sta solo alla base del nostro agire individuale, ma pone le fondamenta per la nuova società che vogliamo creare e nella quale vogliamo curare i traumi collettivi e riparare le relazioni di sfruttamento, dominio e oppressione che hanno portato il mondo nel collasso che stiamo vivendo. Se crediamo nella Nonviolenza come verità universale, allora anche la liberazione dell’oppressione deve essere universale, non solo per le persone che amiamo o a scapito di altre persone che riteniamo “cattive” o colpevoli.
Inoltre, se assumiamo la Nonviolenza come principio, allora il nostro comportamento non dipenderà dal momento specifico o dal contesto in cui ci troviamo: non possiamo praticare la nonviolenza in azione e poi non praticarla all’interno della nostra organizzazione e nelle nostre relazioni.
La nonviolenza è un metodo di lotta innanzitutto, e anche di crescita personale. E' un percorso a tutto tondo che tocca aspetti della resistenza, ma anche di visione di un mondo diverso, e crescita personale.
Per approfondimenti sulla Nonviolenza di principio, si consiglia di guardare i workshop sulla Nonviolenza con Kazu Haga (in inglese) qui e qui.
Come abbiamo già anticipato l’obiettivo di questo documento, infatti, non è quello di approfondire ulteriormente la Nonviolenza come principio, ma di fornire una linea guida per la formazione all’Azione Diretta NonViolenta (ADNV) all’interno di Ultima Generazione. Questa premessa è tuttavia doverosa per trasmettere la consapevolezza che le tattiche nonviolente sono solo una parziale applicazione della Nonviolenza e che il percorso di trasformazione e liberazione non si può limitare a questo.
La formazione all'Azione diretta nonviolenta (ADNV) ha l’obiettivo di formare alle azioni dirette nonviolente, preparando le persone a reggere lo stress dell’azione e a mantenere la disciplina nonviolenta.
E' quindi una formazione obbligatoria (insieme alla formazione legale) per chiunque voglia entrare in azione come Ultima Generazione.
Inoltre costituisce un momento fondamentale dell’integrazione e del percorso verso l’azione in Ultima Generazione. L’ADNV è dove vogliamo convogliare tutte le persone che si avvicinano all’organizzazione ed è un momento cruciale perché ci permette di:
Per questo motivo incoraggiamo i membri di UG ad organizzare il maggior numero possibile di formazioni.
Invitiamo inoltre a considerare le ADNV non solo come momenti di formazione, ma anche come occasioni di comunione, coesione e creazione di comunità. In questo senso, quando possibile, consigliamo di unire la formazione a momenti di svago e di coesione, come pranzi o cene collettivi, giornate al parco, azioni a basso rischio o altri momenti comunitari.
Questo documento serve come supporto alle formatrici e ai formatori ADNV, fornendo le linee guida e lo copione per tenere le formazioni. Il documento presenta sia scalette per formazioni di diversa durata che la descrizione di singole attività, che possono essere scelte per altre varianti di formazione, adattate secondo il contesto.
ATTENZIONE. Queste formazioni sono state pensate e avviate quando UG compieva numerosi blocchi stradali come azione diretta tipo. La formazione è perciò adattata a quella tipologia di azione. Tuttavia non riteniamo sensato proporre formazioni diverse per tutte le diverse azioni dirette che si possono organizzare (salvo eccezioni giustificate) e riteniamo che questa formazione possa essere valida per preparare le persona a diverse tipologie di azione.
Per dubbi, chiarimenti e aiuto per adattare le scalette a diverse tempistiche, contattate il gruppo Formazioni (qui).
Una formazione deve durare idealmente 6 o 8h.
Vi invitiamo perciò a seguire innanzitutto queste scalette. Le formazioni più brevi o spezzate sono tendenzialmente sconsigliate, ma potrebbero essere necessarie in alcune circostanze (ad es. formazione da organizzare all'ultimo momento prima di un'azione).
La scaletta delle formazioni può essere modificata o integrata attingendo alle singole attività, comprese le attività extra.
La formazione, a prescindere dalla sua durata, deve sempre comprendere:
Ecco le scalette delle formazioni:
Cliccando sul tipo di ADNV potete visualizzare la scalette della formazione in forma di documento (facilmente condivisibile, scaricabile e stampabile).
|
Tipo di ADNV |
Durata |
Link alla scaletta |
|
Classica |
5 o 6h |
https://vai.ug/p/formazione-adnv/6ore |
|
Lunga |
8h |
1 - Introduzione alla giornata (5 min) Attività extra che si possono aggiungere:
|
|
Breve |
2h |
1 - Introduzione alla giornata (5 min) 2 - Atterraggio (10 min) 3 - Spettro della Nonviolenza (15 min, solo spiegazione senza esercizio) 4 - GdA e Ruoli in azione (20 min) 5 - Resistenza passiva (10 min) 6 - Simulazione di azione (50 min) 7 - Disponibilità all’Azione (10 min) |
| In due parti: Parte 1 – La Nonviolenza |
2,5h |
1 - Introduzione alla giornata (5 min) In alternativa all’ascolto attivo: |
|
In due parti: |
2.5h |
1 - Introduzione alla giornata (5 min) Attività extra che si può aggiungere:
|
|
Per altri gruppi |
/ |
Nessuna scaletta consigliata. Se capita di fare delle ADNV a richiesta di altri gruppi il consiglio è quello di mettersi al servizio e definire con loro i contenuti della formazione in base alle loro necessità e al tempo a disposizione. Rivolgetevi al gruppo Formazioni in caso di bisogno. In casi come questi dobbiamo essere flessibili e capaci di adattare attività e script in base al contesto in cui ci troviamo, ricordando però quali sono i nostri punti di forza:
|
Caratteristiche del luogo in cui svolgere la formazione:
E’ importante arrivare in anticipo al luogo della formazione per poter preparare adeguatamente lo spazio a ricevere le partecipanti:
Materiali necessari:
Cibo:
<< Benvenuti tutti e tutte, grazie per essere venute a questa formazione molto importante…
Questa formazione è per:
Riconosciamo che non tutte siamo allo stesso livello di preparazione, conoscenza della disobbedienza civile nonviolenta o esperienza in azione. Veniamo da generazioni, culture e ambienti sociali diversi, e va benissimo così! Siamo tutte benvenute. Questo è uno spazio sicuro di non-giudizio ed esplorazione collettiva. È anche uno spazio facilitato [ricapitolare segni e regole della facilitazione se necessario - chiarimenti, interventi, diretti, temperature check, ecc.]. Come facilitatrice, mi assicurerò che tutte le persone presenti abbiano l’opportunità di parlare, e che i tempi vengano rispettati. Quello che ci diciamo oggi rimane in confidenza tra noi. Chiediamo quindi di non fare video o registrare.
Teniamo i telefoni in un'altra stanza. Questo ci aiuterà a immergerci nell'attività, ed è anche una buona prassi per la sicurezza informatica (evitiamo di parlare di dettagli delle azioni - soprattutto luoghi e date - con i telefoni intorno!)
Cosa faremo oggi? [fai un breve riassunto delle attività previste, mostrando il cartellone con la scaletta]
Questa sarà una formazione intensa ed immersiva. Vi preghiamo di restare per tutta la durata della formazione. Ci saranno pause e momenti di gioco, ci muoveremo con il corpo e faremo degli esercizi di simulazione e visualizzazione. Ciascun momento è importante.
Cosa NON faremo oggi?
Nota molto importante prima di cominciare
La nonviolenza è un’arte che si perfeziona lungo tutta una vita. Questa è solo un’introduzione. È essenziale continuare ad allenarsi: in azione ma anche nella vita quotidiana. Consigliamo anche di rifare questa formazione prima di ogni ciclo di azioni. >>
Spiega che cos’è l'atterraggio e perché lo facciamo se ci sono persone che non lo sanno. Se sono presenti più di 5 persone, si fa prima un giro di nomi e poi ci si divide in sottogruppi per le altre domande.
Non presentare le domande tutte insieme ma fai tre giri, presentando la prima domanda ad alta voce, lasciando il tempo per le risposte, presentando quindi la seconda domanda, e così via.
Domande per l'atterraggio:
0) Come ti chiami e da dove vieni [giro di nomi e provenienza] (30 secondi a testa)
1) Come stai? Come arrivi qui? (2-3 minuti a testa)
2) Come stai, davvero? (2-3 minuti a testa)
3) Come stai davvero, davvero? (2-3 minuti a testa)
L’obiettivo è quello di portare le persone a riflettere più in profondità su se stesse e su come stanno. Le risposte alle domande saranno via via più profonde e sincere, superando le risposte “superficiali” e “di circostanza”, e preparando così il terreno per l’attività di ascolto attivo.
<< Adesso ci mettiamo in gruppo/gruppi per un momento di ascolto attivo, in cui parleremo di cosa ci spinge e cosa ci frena dall’entrare in azione. >> [il numero ideale per un gruppo è di 4-5 persone, in caso di più partecipanti creare due o più gruppi]
Se ci sono persone che non lo sanno, spieghiamo che l’ascolto attivo è:
L’Ascolto Attivo è una modalità di ascolto in cui io:
La formatrice partecipa ad uno dei cerchi, cambiando cerchio al secondo giro se ci sono due cerchi. In caso ci siano più persone di UG, queste devono essere distribuite nei diversi cerchi e in quel caso non è necessario cambiare cerchio per la formatrice..
<<Se siamo in questo cerchio, siamo motivati/e a fare resistenza civile nonviolenta perché ne capiamo l’urgenza e ne condividiamo il metodo. La motivazione razionale però non basta, se abbiamo paure che ci bloccano. Cosa ci spaventa all’idea di bloccare una strada, interrompere un evento o compiere altre azioni di disobbedienza civile nonviolenta? Cosa ci fa paura all’idea di continuare a farlo?
Condividerle in cerchio ci aiuta a dare loro un nome, a conoscerle meglio, a vedere quanto siano condivise con altre persone oppure molto personali; ci aiuta a riconoscerle come valide grazie alla comprensione di altre persone; tutto questo crea le condizioni per cui possiamo superarle.
Faremo due giri di ascolto e avremo circa 3 minuti a testa per parlare. Per assicurarci di rimanere nei tempi, superati i tre minuti vi farò il segno di andare verso la conclusione della frase >>. [mostrare segno, cioè un cerchio formato da due mani che si avvicinano]
Domande per il cerchio
N.B. Alla fine dell’esercizio, assicurarsi dello stato psicofisico delle partecipanti. Se qualcuna avesse bisogno di tempo, di allontanarsi, o di ascolto, chiedere ad una persona di UG di prendersela da parte o fare una pausa e occuparsene in prima persona. Sarebbe ideale che sia il secondo formatore a farlo.
Preparazione
Scrivi queste parole su due fogli:
- VIOLENZA
- NON VIOLENZA
Disponili a uguale distanza lungo l’asse principale della stanza, formando una linea con la violenza e la non violenza agli opposti.
Muoviti da un punto all’altro (cominciando dalla violenza, poi la non violenza) e chiedi alle persone di descrivere ciascuna parola.
Se non rispondono puoi fare questi esempi:
|
VIOLENZA caratteristiche: |
NON VIOLENZA caratteristiche: |
Introduzione all’esercizio
<< Adesso leggerò alcuni esempi. Vi chiedo di posizionarvi lungo la linea a seconda di dove pensate che l’esempio si collochi nello spettro delle non violenza. Se pensate sia violenza, posizionatevi da quella parte della stanza. Se pensate che sia non violenza, posizionatevi dalla parte opposta. Potete anche posizionarvi in un punto intermedio se ritenete che l’esempio sia a metà strada tra due categorie.>>
<< Ricordate che potete sempre spostarsi lungo lo spettro, ad es. se la risposta di un'altra persona vi ha convinte o se avete cambiato idea.>>
Una variante del gioco prevede che le persone, oltre a posizionarsi tra i due poli, possano posizionarsi più o meno vicine all'asse a seconda della loro disponibilità a partecipare all'azione. Ad esempio una persona potrebbe dire che prendere a pugni un politico è un'azione nonviolenta ma potrebbe non essere disponibile a farlo. E' importante indagare anche perché.
Attenzione:
Dopo ciascun esempio, chiedi alle persone di spiegare la loro scelta in una frase o due (10-20 secondi). Invitale alla riflessione chiedendo magari di aggiungere idee. <<Se pensi che questo sia violento / oppure che sia passivo, cosa pensi che avrebbe potuto fare di diverso la persona? Cosa sarebbe successo?>>
Esempi:
Sotto ogni esempio sono riportati degli spunti di riflessione per guidare la breve discussione. La formatrice può decidere di utilizzarli o meno ma è importante che abbia ben chiaro in mente quale è la ragione per aver scelto di portare quelle determinate situazioni.
1A) Sto camminando per strada quando assisto ad una coppia che litiga violentemente, con l’uomo che sta picchiando la donna. Rimango a guardare senza intervenire.
Commento per la formatrice: Questo è un caso di non-violenza, intesa proprio come assenza di violenza. Come si vede però, in questo caso l’assenza di violenza della nostra azione (ovvero il mancato intervento, quindi la passività) "legittima" la violenza di fronte a noi.
1B) Sto camminando per strada quando assisto ad una coppia che litiga violentemente, con l’uomo che sta alzando le mani sulla donna. Intervengo colpendo l’uomo con una pietra nel tentativo di fermarlo.
Commento per la formatrice: In questo caso, faccio uno sforzo attivo per cercare di fermare la violenza però eccedo a mia volta, alimentando il circolo della violenza.
Qui si possono aprire infiniti dibattiti sulla legittima difesa e bisogna fare molta attenzione a sospendere il giudizio morale sulla violenza. Non è di questo che vogliamo parlare.
Cosa avremmo potuto fare di diverso?
Ad esempio avrei potuto intervenire frapponendomi tra i due e tenendo distante l'uomo dalla donna. In questo caso, nel tentativo di fermare la violenza che sto osservando, utilizzo il mio corpo come barriera per fermare una violenza più grande. Questo è un caso di nonviolenza, in cui decido di non rimanere indifferente di fronte ad un’ingiustizia ed espongo me stesso/a al rischio di violenza e di ripercussioni.
Riassumendo le tre varianti del primo esempio (si può fare questo commento come formatrice per inquadrare questi esempi): << Come si vede, la nonviolenza non è l’opposto esatto della violenza ed è sostanzialmente diversa dalla non-violenza. Nonviolenza è non rimanere indifferenti di fronte alle ingiustizie, è agire accettando il rischio di violenza e ripercussioni, è accettare di esercitare un minimo di violenza e di disturbo per cercare di trasformare una violenza più grande.>>
2) Partecipo ad un blocco stradale per attirare l’attenzione sul collasso climatico.
Le risposte qui potranno essere varie: alcune persone si posizioneranno verso la nonviolenza e altre verso la violenza. Il principio su cui ci basiamo è che il blocco stradale (come gli imbrattamenti e qualsiasi altro tipo di azione fatta negli ultimi tre anni) è un’azione molto conflittuale ma giustificata dalla gravità della violenza che stiamo provando a combattere.
Non esiste azione che sia assolutamente e inequivocabilmente nonviolenta, come l’azione viene interpretata dipenderà sempre dalla percezione individuale e da diversi fattori: il modo in cui l’azione viene svolta, il contesto, le motivazioni che stanno alla base, l’obiettivo che si pone.
3) Durante una manifestazione di piazza, distruggo la vetrina di una banca a volto coperto e poi scappo via.
Anche qui, le risposte possono essere le più diverse. I danni ad oggetti e la distruzione di proprietà privata sono considerate da alcune come nonviolenti (perché non creano danni fisici a persone) e da altre come violenti (perché l’atto di distruggere in sé può essere considerato violento e/o perché creano in ogni caso danni materiali a persone). Ancora una volta, la percezione può dipendere da diversi fattori.
Gli elementi su cui vogliamo focalizzarci sono il contesto in cui avviene (manifestazione di piazza), le conseguenze che tale azione può avere sulle partecipanti alla manifestazione (cariche violente della polizia e arresti di massa), la mancata assunzione di responsabilità* e la finalità dell’azione.
Il modo e la situazione in cui compio l’azione di rompere una vetrina determina ancora una volta la percezione di (non)violenza dell’azione (fare confronto tra l’esempio riportato qui e le rotture delle vetrine di Eni nella primavera del 2022 da parte di UG, la rottura delle vetrine di Barcleys da parte di XR UK nel 2021 o le azioni delle Suffragette 100 anni fa).
*N.B.: l’assunzione di responsabilità è determinante per un’azione di disobbedienza civile nonviolenta ma non in assoluto per un’azione diretta nonviolenta.
4) Sgonfio le ruote di un SUV di notte e lascio un biglietto rivendicando l’azione.
Qui siamo sempre in una zona di ambiguità. In questo caso non si crea un danno permanente, ma un “fastidio” temporaneo, le cui conseguenze per la persona che possiede il SUV potrebbero comunque essere impattanti.
E se forassi le ruote al posto di sgonfiarle? Presumibilmente il danno permanente (ed economico) sposterebbe la percezione verso la violenza.
5) Saboto un aereo militare.
Anche in questo caso, creo un danno ad oggetti e distruggo una proprietà (pubblica, in questo caso) ma il tipo di oggetto che distruggo, la sua natura intrinsecamente violenta e l'intenzione di prevenire un danno molto più grande, determinano la percezione che le persone avranno della mia azione (verso la nonviolenza).
Situazioni opzionali (se c’è tempo, si può chiedere alle persone di proporre altre situazioni)
6A) Un gruppo di femministe interrompe una conferenza di Pro Vita
6B) Un gruppo di neofascisti interrompe una conferenza di femminista
In questo caso vediamo come la percezione di un’azione che potremmo tranquillamente considerare nonviolenta, cambia in realtà a seconda di chi la compie e con quale obiettivo.
Se, nel primo caso, le militanti femministe vogliono rivendicare i propri diritti creando un disturbo a coloro che glieli vorrebbero negare, nel secondo caso vediamo invece come un gruppo di persone guidate da un’ideologia intrinsecamente violenta ed antidemocratica cerchi di “dominare” e ledere i diritti di una categoria di persone più vulnerabile.
Spunti per la discussione finale dell’esercizio
<<Come emerge chiaramente dall’esercizio, non esiste un’azione che sia assolutamente nonviolenta. La nonviolenza è uno spettro e le nostre azioni si collocano all’interno di questo spettro, a seconda di come queste vengono percepite dal pubblico e, come abbiamo visto, questo può dipendere da diversi fattori: il contesto, le modalità, il target, le motivazioni, ed altri ancora.
Questo significa che non esiste nessun tipo di azione che piacerà a tutte. Ci sarà sempre qualcuno che riterrà l’azione violenta o non abbastanza conflittuale. Ci sono delle situazioni limite su cui siamo quasi tutti/e d'accordo: ad esempio che uccidere qualcuno o mettere una bomba sia un'azione violenta.
Lasciamo perdere il caso che per qualcuno/a sia un'azione giustificata. La percezione dell'azione come violenta è quasi unanime.
La nonviolenza spesso richiede disturbo, ci richiede di disturbare l’indifferenza e la compiacenza, ci richiede di interferire con la violenza che vediamo quotidianamente nel mondo.
Tuttavia, dobbiamo essere attenti con il livello di disturbo e di conflitto che portiamo. La nostra risposta nonviolenta deve essere proporzionata al livello di violenza nel quale ci troviamo ad agire, maggiore è l’intensità della violenza del conflitto, maggiore sarà l’intensità della risposta nonviolenta.
Per questa ragione, ad esempio, se una persona è arrabbiata si può andare a parlargli e cercare di calmarla, ma se due persone si stanno prendendo a botte allora dobbiamo intervenire fisicamente per separarli. Si parla di “uso protettivo della forza”. Similmente, la stessa azione può assumere valore diverso a seconda della situazione in cui ci troviamo: sfondare la porta di casa può sembrare una scelta estrema se ci siamo dimenticati le chiavi dentro, ma diventa una scelta ragionevole se la casa sta andando a fuoco.
Allo stesso modo, in una scala sociale più ampia, bloccare una strada potrebbe essere sicuramente esagerato se quello che vogliamo è far mettere un segnale di STOP ad un incrocio (per quello potrebbe bastare una raccolta firme o una petizione), ma se vogliamo rispondere ad una violenza di maggiore intensità, come ad esempio la distruzione degli ecosistemi a supporto della vita stessa, allora il blocco stradale potrebbe diventare più giustificabile.
Dobbiamo però essere molto attente al livello di intensità della nostra azione nonviolenta, perché maggiore è l’intensità del conflitto che portiamo, maggiore è il livello di polarizzazione, di divisione e di separazione. Calibrare il livello di polarizzazione delle nostre azioni è una delle sfide strategiche più grandi che abbiamo perché il nostro obiettivo è quello di portare un livello di conflitto adeguato alla gravità della situazione senza precluderci, ma anzi, aprendo alla possibilità di dialogo e riconciliazione.>>
Introduzione al concetto di nonviolenza
<< Nella teoria della nonviolenza, distinguiamo 3 concetti: la violenza, la non-violenza (ovvero l’assenza di violenza) e la nonviolenza. La nonviolenza è qualcosa di diverso sia dalla violenza che dalla non-violenza.
Chiedi alle persone di descrivere caratteristiche della nonviolenza
Alcune caratteristiche della NONVIOLENZA:
- impegno
- forza
- rispetto
- fiducia
- empatia
- responsabilità
- conflitto
- ecc.
Fai notare che esiste una differenza tra non-violenza e nonviolenza (quel trattino è fondamentale!): sarà la parte più difficile da capire.
Questo si può spiegare bene con la metafora della corda.
ATTENZIONE: stare attente a non far partire una discussione sulla strategia e su cosa è meglio tra violenza e nonviolenza
La metafora della corda
Pensiamo a uno strumento a corde e alla tensione che permette allo strumento di emettere suoni:
Se non c’è tensione (non-violenza) lo strumento non emetterà alcun suono
Se c’è troppa tensione (violenza), le corde potrebbero spezzarsi
Se c’è la giusta tensione (nonviolenza), lo strumento suonerà alla perfezione
Quindi la nonviolenza si trova esattamente al centro tra due opposti: la non-violenza (rassegnazione, conformismo, passività) e la violenza (aggressione, sopraffazione). Ma il confine tra la violenza e la sua assenza è molto sfumato: per questo la nonviolenza è la ricerca di un equilibrio dinamico che si sposta continuamente a seconda del contesto. Mentre suoniamo lo strumento, le corde si possono allentare oppure tendere maggiormente. A un certo punto, bisognerà tornare ad accordare lo strumento. La nonviolenza è questo continuo esercizio di accordatura.
<<Adesso entriamo nel vivo della pratica: faremo esercizi legati alla partecipazione a un'azione diretta nonviolenta e delle piccole simulazioni. Quindi vi spiegheremo come funziona un gruppo che va in azione come Ultima Generazione e come si organizza.
Gli esercizi e le simulazioni che faremo sono stati creati per preparare le persone al blocco stradale, un'azione che UG ha fatto per molto tempo. Riteniamo che formare per questa azione possa essere utile anche per molte altre, o le basi possono essere facilmente adattate. Infatti questa azione prevede lavoro di squadra, coinvolgimento del proprio corpo, coinvolgimento emotivo, interazione con il pubblico (non troppo d'accordo con noi), con le forze dell'ordine.
Vi invitiamo a partecipare a tutti gli esercizi e le simulazioni proposti, sapendo che vi sembreranno un po' finti, o che vi verrà da ridere o altro. E' normale. Sappiate anche che nulla è obbligatorio, potete non partecipare a un esercizio o abbandonare se non vi sentite a vostro agio. Ricordate però che l'apprendimento avviene proprio quando usciamo dalla nostra zona di comfort e stiamo in un po' di scomodità. Quindi almeno un pochino sfidate i vostri limiti.
In alternativa all’esercizio di visualizzazione, si può mostrare il video formazione dei blocchi. Attenzione però, non sono equivalenti!
Valutare quindi quale attività si preferisce fare in base ai propri obiettivi. Si può anche chiedere alla partecipanti stesse cosa preferiscono fare.
In entrambi i casi, l’obiettivo è quello di fornire alle partecipanti la possibilità di sperimentare in anticipo cosa significhi andare in azione, sia negli aspetti pratici sia in quelli emotivi.
Assicurarsi che lo spazio in cui si svolge la formazione abbia la possibilità di proiettare. Se si è in tanti a guardare un piccolo schermo del computer le persone tenderanno a distrarsi.
Utilizzare questo video (Link breve: https://vai.ug/wiki/video-blocchi2021 )
Alla fine, prendere interventi sparsi chiedendo come le persone si sono sentite, che emozioni hanno provato e che cosa le ha colpite particolarmente.
<< Adesso faremo un esercizio in cui useremo la nostra immaginazione per esplorare le situazioni emotive che potremmo affrontare nel momento in cui andiamo in azione e dopo.
Perché facciamo questo esercizio?
Visualizzare situazioni di tensione e stress emotivo ci aiuta molto ad affrontarle nel momento in cui si presentano. Per questo simili esercizi fanno parte della preparazione di atlete olimpiche, militari, top-manager della finanza e attiviste di movimenti civili.
Dopo una breve centratura, faremo un esercizio di visualizzazione e poi ci prenderemo del tempo per riflettere a coppie su quello che abbiamo visualizzato.>>
Centratura
<<Vi invito adesso a mettervi in una posizione comoda, su una sedia con i piedi poggiati a terra, oppure sedute a terra o sdraiate, se è più comodo.
Quando ti senti pronta/o, chiudi gli occhi e porta l’attenzione sul tuo respiro… Fai un paio di respirazioni profonde. Senti l’aria passare dalle tue narici, entrare nel torace e gonfiare la tua pancia. Poi espira lentamente, e senti la tua pancia e il tuo torace sgonfiarsi, mentre l’aria attraversa di nuovo le tue narici per uscire… Fai un altro respiro profondo assicurandoti che l’aria arrivi fino all’addome, a riempire la pancia, ed espirando lentamente.
Quando inspiri, senti l’energia entrare nel tuo corpo per mezzo del respiro, e senti questa energia vitale spargersi in tutto il tuo corpo…
Quando espiri, senti qualsiasi preoccupazione o negatività uscire dal tuo corpo insieme al respiro, lasciando spazio all’energia che entrerà alla prossima inspirazione…
Adesso esploreremo e identificheremo alcuni sentimenti che potrebbero emergere nel momento in cui consideri di entrare in azione … se in qualsiasi momento ti sembra che i sentimenti che emergono siano troppo opprimenti, puoi riportare l’attenzione sul respiro, proprio come stai facendo adesso … e se trovi difficile riportare l’attenzione sul respiro, apri gli occhi per un momento per ricordarti che questo è uno spazio sicuro.>>
Visualizzazione guidata
N.B. Questa può essere adattata al tipo di azione che il gruppo andrà probabilmente a fare.
<< È il giorno della tua prima azione, un blocco stradale. Sei con il tuo gruppo e stai per entrare in strada con loro. Prenditi un momento per osservare ciò che ti sta intorno…
Vedi delle persone intorno a te … delle macchine che stanno passando … Prenditi un momento per notare la sensazione dell’aria che arriva sulle tue braccia e sulla tua faccia … Nota i suoni attorno a te lungo la strada … Gli odori …
Adesso stai entrando in strada con il tuo gruppo … al fischio, la prima persona è entrata in strada, le altre la seguono fino a che tutto il gruppo è dentro. Il traffico rallenta fino a fermarsi. Ti guardi intorno, guardi le tue compagne e finalmente arriva il segnale da parte del referente dell’azione. Ti siedi sull’asfalto, prendi lo striscione e lo tendi davanti a te.
Prenditi un momento per osservare come ti senti adesso che sei seduto/a sulla strada … Nota le sensazioni del tuo corpo a contatto con l’asfalto, il peso del tuo corpo, la strada che ti sostiene … Nota le emozioni che stanno emergendo in questo momento. Stai con loro per un momento. Potrebbero essere sensazioni di ansia, preoccupazione, eccitazione oppure una scarica di adrenalina.
Sei seduta e intorno a te comincia a sentirsi molto rumore: il suono incessante dei clacson e le voci delle persone, le discussioni, le urla e le grida. Vedi tanta rabbia intorno a te, senti le urla degli automobilisti che si sfogano arrabbiate su di te e sulle tue compagne, gli insulti e le spinte. Ma vedi anche tanta sofferenza, negli occhi di chi sta subendo un torto che non capisce, ma anche dentro di te e le tue compagne, il dolore che senti nel causare un disturbo e nella consapevolezza che questo è necessario.
Va bene sentirsi preoccupate o ansiosi, o qualsiasi altra sensazione. Le tue emozioni sono giustificate e normali. In questo momento è solo importante riconoscerle… Se diventano troppo opprimenti, poggia una mano sullo stomaco e una sul cuore e assicurati di respirare profondamente fino alla pancia e non solo sul torace. Fai qualche respiro profondo … inspira dal naso … espira dalla bocca…
In tutto questo frastuono, senti in lontananza arrivare le sirene della polizia. Arrivano i primi poliziotti che cominciano a tranquillizzare gli automobilisti arrabbiati. Il rumore diminuisce. I poliziotti iniziano a trascinare via le tue compagne. Alcuni si organizzano, e in coppia, prendono le persone per le braccia e per le gambe, sollevandole da terra e trasportandole a bordo strada. Altri invece semplicemente trascinano le persone per le braccia.
Arriva il tuo turno, un poliziotto si avvicina e ti solleva per le braccia, mentre un altro ti solleva per le gambe. Il tuo corpo è rilassato, a peso morto. Non stai opponendo resistenza, ma non stai collaborando. Lasci che il tuo corpo venga spostato e poi appoggiato nuovamente sull’asfalto al bordo della strada. Vicino a te ci sono di nuovo i tuoi compagni e le tue compagne. Adesso siete vicine, potete abbracciarvi e accarezzarvi.
… (pausa più lunga)
Adesso immagina di essere seduta/o nella sala d’attesa del commissariato, aspettando le denunce e i verbali… Nota qualsiasi emozione che potrebbe emergere … Potrebbero essere sensazioni di ansia, di preoccupazione, oppure di calma o sollievo … Resta con queste sensazioni per un momento, e concentrati su come il tuo corpo si sente in quel momento …
Sii fiera/o di te stessa/o, la prima azione è andata. Ce l’hai fatta!
Adesso sei di nuovo con il tuo gruppo di affinità nella casa dove alloggiate, circondato da volti amici in un luogo sicuro e confortevole.
La prima azione è andata. Non è finita, ma il primo passo è stato fatto. Hai la forza necessaria per continuare. Puoi tornare in strada, sei abbastanza forte e hai il supporto delle persone che ti stanno intorno.
… (lascia fare le utlime respirazioni)
Adesso, lentamente, ritorna nel presente, in questa stanza. Quando vuoi puoi riaprire gli occhi.
Restituzione
Prendi qualche voce. Chiedi:
- Come è andata?
- Che emozioni avete provato?
|
Le 5 fasi della de-escalation 1. Respiro 2. Umanità 3. Ascolto 4. Empatia autentica 5. Chiedere il permesso |
|
Modi per de-escalare 1. Postura 2. Sguardo 3. Voce 4. Posizione |
Quando siamo in azione il nostro obiettivo è portare conflitto sociale, o meglio rendere esplicito il conflitto latente che già esiste. Il disturbo che rechiamo inevitabilmente genera molta rabbia nelle persone che lo subiscono e questo porta al conflitto personale verbale e fisico.
Dobbiamo però sempre ricordare che la nostra rabbia non è rivolta alle persone che disturbiamo e quando ci ritroviamo in conflitto diretto con loro il nostro obiettivo è quello di ridurre quel conflitto (e cercare di uscirne indenni!).
La premessa è che non esiste la ricetta perfetta per de-escalare la tensione, a volte funzionano alcune cose, a volte ne funzionano altre. Oggi vediamo alcune pratiche che possono essere utili in situazione di forte tensione:
Regola d’oro: Se queste pratiche peggiorano ulteriormente la situazione, tirati indietro. Non c’è nulla da vincere o da perdere. Nota quanto può essere difficile ritirarsi: il conflitto ha una forza centripeta.
Precisazione: Il punto non è seguire tutte le fasi alla lettera, ma avere un’idea generale dei principi generali della de-escalation. Ciascuna può adattarli e seguire le fasi a seconda della situazione.
Inoltre, per abbassare la tensione non è importante solo quello che fai o dici, ma anche come lo fai. Mentre ti confronti con una persona arrabbiata devi fare attenzione a:
Adesso facciamo un esercizio pratico di de-escalation
Ci dividiamo a coppie
Fai tu la prima simulazione per rompere il ghiaccio e mostrare il tono di aggressività necessario affinché la simulazione sia efficace.
Concentrati e cerca di richiamare la rabbia che ti è stata scaricata addosso quando eri in strada.
Quando è il turno dei partecipanti, chiedi loro di concentrarsi, di richiamare alla memoria situazioni in cui hanno provato molta rabbia e poi di immergersi nelle situazioni descritte di seguito.
Infine, ricorda che in questa formazione esploriamo I PEGGIORI SCENARI POSSIBILI per prepararci a qualsiasi situazione.
Falli immergere in una situazione personale, a scelta tra:
Prima di iniziare
SIMULAZIONE: dopo 2-3 minuti, si invertono i ruoli
Debrief (domande a pop corn)
Resistenza passiva
Durante le azioni, verremo probabilmente sollevate o trascinate dalla polizia o da altre persone. Resistenza passiva significa rifiutarsi di muoversi ma non reagire quando si viene trascinate e portate via. Se non vuoi essere trascinata, puoi semplicemente alzarti e camminare. Fare resistenza passiva non è obbligatorio, ma è una tattica utile e totalmente legale per massimizzare lo sforzo della polizia e per manifestare la nostra non-cooperazione. Quello che sto facendo è legittimo e non sarò io ad andarmene in commissariato con le mie gambe.
Nel caso dei blocchi, la resistenza passiva serva anche a prolungare il blocco il più possibile. Quando si viene portati a bordo strada, si può provare a ritornare in strada per allungare il blocco.
Adesso faremo una simulazione pratica di resistenza passiva (prima però, troviamo scopa e paletta e diamo una spazzata a terra;)
A turno, ogni persona viene sollevata di peso da altre quattro persone, che la prendono per le gambe e le spalle. Importante far provare entrambi i ruoli, sia peso morto sia sollevataru.
PROVA 1 - si invita le persone a rimanere rigide. In questo modo, dovrebbe risultare più facile spostarle
PROVA 2 - questa volta si invita le persone a rilassarsi completamente, facendo resistenza con tutto il loro peso
NOTA BENE: Durante le azioni, può capitare che le persone vengano sollevate solo da una o due poliziotti o automobilisti. I poliziotti dovrebbero essere formati su come trasportare una persona senza fare male, ma nella maggior parte dei casi non gli interessa. Gli automobilisti non lo sono e potrebbero essere quindi ancora meno delicati.
Come proteggersi in caso di attacco
Ricordiamo che questa formazione serve a prepararci al peggiore scenario possibile. Ricevere attacchi fisici non è usuale durante le azioni, ma può capitare.
Se ricevi un attacco fisico puoi assumere questa postura.
Mostra la postura mentre la spieghi
Innanzitutto, cos’è un Gruppo di Affinità? Un GdA è un piccolo gruppo di circa 8-12 persone che vanno in azione insieme. Tendenzialmente sono persone che si conoscono già, perché abitano nella stessa area geografica o hanno legami di amicizia. In soldoni, non è la famiglia con cui ci siamo trovati, ma è la famiglia che avete sempre voluto avere. Il vostro GdA sarà il gruppo di persone con cui scenderete in azione, e può essere permanente o estemporaneo all'azione. Comunque sia, ci deve essere una fiducia radicale imprescindibile tra di voi, perché il scendere in azione non richiede nulla di meno.
Prima di ogni azione, il GdA si riunisce per il briefing. Durante il briefing, vengono comunicati il luogo, l’orario e la dinamica dell’azione, e vengono stabiliti i ruoli. I ruoli necessari sono:
PRE-AZIONE
IN AZIONE
A DISTANZA (saltare se c’è poco tempo)
DOPO L’AZIONE (saltare se c’è poco tempo)
N.B. La simulazione di azione serve a far sperimentare alle partecipanti le emozioni, le difficoltà e l’adrenalina legate all’azione e ad esercitare la risposta nonviolenta. Per questo motivo, non è importante che tipo di azione si va a simulare.
Ora andiamo a simulare un’azione completa, sperimentando il conflitto verbale e fisico, la de-scalation e la resistenza passiva e sperimentando i diversi ruoli in azione.
Simulare un’azione completa serve non tanto a imparare come si svolge un’azione nella pratica (quello è abbastanza facile) ma a sperimentare le emozioni, le difficoltà e l’adrenalina legate all’azione e ad esercitare la risposta nonviolenta.
Per questo motivo non è importante il tipo di azione che simuliamo, ma lo spirito con cui lo facciamo. L’esercizio di oggi serve per prepararsi agli scenari peggiori, in modo tale da avere un minimo di esperienza quando poi ci troveremo nella situazione reale.
Una soluzione è quella di proporre l’azione da simulare in base al numero di partecipanti:
*si consiglia di lanciare cuscini, zaini o astucci vuoti, ecc, al posto dei liquidi su un quadro immaginario appeso alla parete.
N.B. Il blocco stradale sarebbe sempre la simulazione più completa e quella che prepara meglio al conflitto fisico e verbale.
Adesso vi invito a prendere i seguenti ruoli. Faremo un secondo round in cui scambieremo i ruoli, e se abbiamo tempo, un altro ancora.
|
Blocco |
Imbrattamento |
|
|
N.B. è importante che il/la formatore/formatrice e l’aiutante (se presente) partecipino alla simulazione per portare la propria esperienza e la propria intensità. Siamo le uniche persone che hanno vissuto in prima persona l’esperienza della violenza subita ed è quindi fondamentale portarla nella simulazione in modo tale che questa diventi il più realistico possibile.
Si invitano tutti i partecipanti a usare la propria immaginazione per creare la scena dell’azione con suoni e una semplice scenografia. Per esempio, si possono usare delle pile di sedie per rappresentare il camion, delle singole sedie per rappresentare le auto, su cui si siedono gli automobilisti, dei poster per rappresentare il quadro, ecc.
N.B. Chiedi al gruppo se può essere utile stabilire una parola di sicurezza, per esempio “RODODENDRO”. Chiunque può dire la parola di sicurezza in qualsiasi momento. Quando una persona dice questa parola, la simulazione si interrompe.
INIZIA LA SIMULAZIONE. Dopo 5 minuti circa, si ricomincia scambiando i ruoli.
E STOP! Ritorniamo tra noi per riflettere brevemente su quello che è successo.
Si prendono risposte a pop corn. Chi vuole parla.
Come vi siete sentite? Che emozioni avete provato?
Cosa ha funzionato? Cosa non ha funzionato?
Che cosa avete imparato?
Invertire i ruoli e ripetere la simulazione.
La formazione ADNV è un importante momento di attivazione fisica ed emotiva per le persone che partecipano. Durante la formazione, le persone hanno avuto modo di sperimentare per la prima volta che cosa significa entrare in azione, vivendone la paura e la profonda energia che può generare. Per questo motivo è fondamentale sfruttare questo momento per chiedere alle persone se si sentono pronte ad entrare in azione!
Con le persone disposte in cerchio:
Vi ringrazio per essere arrivate fin qui, spero che l’incontro di oggi sia servito a darvi un’idea più chiara di che cosa significa fare un’Azione Diretta Nonviolenta, della preparazione e organizzazione che ci sta dietro ma, soprattutto, del potere energizzante e trasformativo che solamente attraverso l’azione si può creare!
Vorrei quindi chiedervi se vi sentite pronte ad entrare in azione e, nel caso, di cosa avreste bisogno per prendere questa decisione.
Far fare un giro e prendere nota delle disponibilità.
Avere a portata di mano le prossime date di:
Ringrazia le partecipanti per aver resistito fino a questo punto, riconosci la loro forza e la loro resistenza (qualità fondamentale per la resistenza civile!).
Fai disporre le persone in cerchio. Se le persone sono troppe, fare due cerchi o addirittura piccoli gruppi.
Domande per il debriefing
Scegliere uno tra
Vediamo insieme alcune tecniche che possono aiutarci a calmarci in situazioni di stress durante l’azione. Scegli una o più tecniche, quelle che funzionano meglio per te. Se ne conosci altre che non sono tra queste, va benissimo lo stesso. L’importante è che le metta in pratica finché non diventano un’abitudine. Praticale tra gli esercizi e le simulazioni che faremo adesso, e in ogni momento in cui ne senti il bisogno.
N.B. Non elencare solamente le pratiche, ma praticale brevemente insieme ai partecipanti. Dopo ogni dimostrazione, chiedi alle persone se notano dei cambiamenti, se hanno notato effetti positivi.
Tecniche per calmarsi
Materiali: bigliettini con i 6 principi della nonviolenza kinghiana
Grazie all’esercizio dello spettro della nonviolenza, abbiamo già tracciato cos’è la nonviolenza grazie a esempi concreti di azioni dirette. Abbiamo compreso che il confine tra violenza, nonviolenza e non-violenza (=remissività) è sempre labile e dipende molto dal contesto e dalle possibili conseguenze dell’azione. Con questa formazione, approfondiamo la teoria e la strategia della nonviolenza per capire quali sono gli elementi di una campagna di resistenza civile di successo.
Questa formazione ha una struttura dialogica: farò alcune domande e vi inviterò a rispondere per aprire un dialogo. Se sarà opportuno, integrerò alcuni spunti di riflessione. Il mio ruolo sarà anche di facilitazione. Terrò i turni di parola e mi assicurerò che tutte le persone abbiano spazio per intervenire. Vi chiedo di prendere consapevolezza dello spazio che vi prendete e, nel farlo, di quello che potreste togliere alle altre persone. Riconosciamo anche che nella nostra società le persone che appartengono a minoranze, quelle socializzate come donne e le più giovani tendono ad avere meno spazio di parola e di espressione. Cerchiamo di non togliere spazio a queste persone in particolare. Vi ricordo anche i gesti che stiamo usando: alzata di mano per prendere parola, C per chiedere chiarimenti, (dovrebbero essere sufficienti, se inseriamo il diretto chiediamo di non abusarne)
Che cos’è la nonviolenza?
Si raccolgono risposte dal cerchio. Se serve, si possono evidenziare i concetti che seguono:
Per Gandhi, la nonviolenza “non è una rinuncia ad ogni lotta concreta contro l’ingiustizia. Al contrario, [...] è una lotta contro l’ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione (Gandhi 1973, p. 8).
Quindi la nonviolenza è una forza attiva, non semplicemente una negazione della violenza.
I concetti chiave della nonviolenza di Gandhi sono:
AHIMSA = nonviolenza (in hindi, come in greco antico e italiano, la a- iniziale indica una negazione: a-himsa, non-violenza)
SATYAGRAHA = forza della verità oppure forza dell’amore o dell’anima. In campo politico ciò si traduce nell’opposizione all’errore (cioè la non-verità) che si manifesta nelle leggi ingiuste. L’opposizione può avvenire tramite disobbedienza civile oppure non-cooperazione.
Quindi, RESISTENZA CIVILE NONVIOLENTA = SATYAGRAHA + AHIMSA
Qual’è la differenza tra violenza e conflitto?
Si raccolgono risposte dal cerchio. Se serve, citare e/o integrare i seguenti concetti.
Siamo abituate a usare il termine conflitto come sinonimo di guerra (es. il conflitto ucraino, ecc.), ma il termine è in realtà neutro e indica semplicemente un fronteggiarsi di posizioni diverse. Quindi, anche opporsi a un’ingiustizia significa portare conflitto. Tutte le grandi trasformazioni sociali nascono dal conflitto.
NB.: CONFLITTO è tra i quattro valori-cardine di UG, insieme al lutto, al sogno e alla riconnessione.
Per Martin Luther King, la nonviolenza è CONFLITTO CREATIVO
La nonviolenza cerca attivamente ed evidenzia il conflitto già esistente nella società per creare un’opportunità per attraversarlo insieme, in maniera costruttiva. Nessun conflitto può essere risolto se non è prima chiamato per nome, reso visibile e percepito in prima persona. Solo allora può essere attraversato e risolto, tramite un processo di riconciliazione.
Perché la resistenza civile nonviolenta è più efficace dell’azione violenta?
Si raccolgono risposte dal cerchio. Se serve, citare e/o integrare i seguenti concetti.
In uno studio quantitativo/comparativo su 627 movimenti rivoluzionari dal 1900 al 2019, Erica Chenoweth (insieme a Maria Stephan) ha calcolato che circa il 50% dei movimenti nonviolenti ha avuto successo, mentre solo il 26% di quelli violenti ha avuto lo stesso risultato. Tuttavia, nel passato decennio (2009-2019), la percentuale di successo dei movimenti nonviolenti è calata al 34% (mentre quelli violenti al 9%, mantenendo le stesse proporzioni). Per “successo”, Chenoweth intende la caduta di un regime politico (o il raggiungimento dell’obiettivo-chiave della campagna) entro un anno dal picco di partecipazione. Per violenza, Chenoweth intende qualsiasi forma di violenza fisica contro le persone (insurrezioni militari, assassini, guerriglia urbana, ecc.) e non la violenza verbale o psicologica, ben più difficile da quantificare.
Le ragioni principali della maggiore efficacia delle campagne nonviolente:
Quali sono gli elementi-chiave di una campagna di successo?
Si raccolgono risposte dal cerchio. Se serve, citare e/o integrare i seguenti concetti.
ESEMPIO: ACT UP e i Gruppi di Affinità semi-autonomi.
BREVE PAUSA (5-10’)
I principi della nonviolenza kinghiana
Adesso riflettiamo insieme sui sei principi della nonviolenza secondo l’approccio kinghiano (Martin Luther King).
Si distribuiscono i 6 bigliettini a 6 gruppetti di persone oppure uno a testa. Si danno circa 2 minuti a testa per riflettere sul significato del principio toccato a sorte a ciascuna persona / gruppo (es. gruppo di 2 persone → 4 minuti)
Poi si fa una restituzione del principio e del significato che ogni persona / gruppo ha dato.
Si possono integrare le seguenti riflessioni:
La nonviolenza è una modalità di esistenza a tutto tondo, non soltanto una scelta strategica. Nonviolenza significa agire per la giustizia. Ribellarsi a un sistema ingiusto è un grande atto di coraggio, soprattutto quando lo facciamo esponendoci nella nostra più completa vulnerabilità. Per questo l’azione nonviolenta richiede più coraggio della lotta armata.
Il termine “coraggio” ha la stessa radice etimologica di “cuore”: parlare dal cuore e mostrarci per quello siamo e sentiamo realmente è ciò che richiede il maggiore coraggio. Ma da questa autenticità deriva anche la nostra più grande forza: la “forza della verità” (Satyagraha).
La nonviolenza si basa sulla visione di un futuro di amore reciproco e comunità. Anzi, la stessa scelta della nonviolenza anticipa questa visione nel presente. Costruire una comunità amorevole significa coltivare amore per le persone che sono più difficili da amare: l’automobilista infastidita, l’hater di Facebook, l’amministratore delegato di una compagnia petrolifera, la presidente che ci ignora, il poliziotto che ci pedina. Amare così profondamente la vita da disobbedire per proteggerla significa anche amare ogni forma di vita, anche quelle delle persone che ci perseguitano. Non stiamo cercando di vincere contro le persone, ma di con-vincere le persone; non vogliamo fare distinzioni tra vincitori e vinti; se vinciamo, vinciamo insieme.
Nel praticare la disobbedienza civile nonviolenta, ricordiamoci che quello che vogliamo abbattere sono i sistemi oppressivi che stanno distruggendo la vita sul pianeta, non le persone che ne fanno parte. Ricordiamoci anche che “la violenza è una tragica espressione di bisogni insoddisfatti”: una reazione disfunzionale da parte di persone che spesso sono a loro volta ferite (hurt people hurt people).
Questo è forse il principio più difficile da accettare. Perché dovrei essere io a soffrire mentre i responsabili di questa ingiustizia godono i privilegi della ricchezza e del potere? Questo principio, però, non invita a un sacrificio illimitato e senza condizioni. Non dice soltanto “accetta la sofferenza senza vendicarti”, ma la contestualizza: “per amore della causa” e, soprattutto, “al fine di raggiungere l’obiettivo”. Ammette che il sacrificio consapevole “per amore della causa” è un mezzo potentissimo di azione, perché stimola la reazione emotiva e l’azione di tantissime altre persone per la stessa causa, ma lo limita e lo commisura al raggiungimento degli obiettivi specifici dell’azione nonviolenta.
In due parole, questo principio dice: Non odiare. Quando odiamo o proviamo risentimento verso noi stess* o altre persone, ci stiamo auto-infliggendo della violenza, e stiamo perdendo energie. MLK diceva: “Ho scelto di restare nell’amore, perché l’odio è un fardello troppo grande da sopportare”. Questo è necessario anche nei movimenti, che troppo spesso sono pervasi da sentimenti tossici di odio e risentimento. Scrive Kazu Haga: “Quando centinaia o migliaia di persone sono unite da un comune sentimento di odio, come possiamo pensare che un tale movimento sia uno spazio di liberazione”? (Haga 2021, p. 148)
Questo principio si presta a varie interpretazioni, ma riguarda fondamentalmente una cosa: la fede. MLK era un pastore battista quindi la sua fede era anche religiosa, ma chiunque si impegni a qualsiasi livello nel cambiamento sociale probabilmente ha fiducia in questo principio. Altrimenti, perché sforzarsi tanto, se non esisterà mai giustizia nel mondo? Parte della pratica della nonviolenza è coltivare la fiducia che “l’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia” (MLK). Nel farlo, può essere utile ricordarci quanto siamo infinitamente piccol* nel tempo e nello spazio rispetto all’universo. È facile lasciarsi andare alla disperazione se ci focalizziamo sulle ingiustizie che vediamo tutti i giorni, ma nello schema più grande delle cose, l’universo tende verso l’equilibrio.
Introduzione
Nella prima parte della formazione abbiamo simulato cosa succede durante l’azione: le interazioni con le persone presenti e lo sgombero delle forze dell’ordine. Ma cosa accade dopo? Quasi sempre, dopo un’azione veniamo condotte nel più vicino commissariato o questura per un FERMO IDENTIFICATIVO, che nella maggior parte dei casi dura dalle 5 alle 10 ore (non può durare più di 24 ore), durante il quale veniamo identificate e attendiamo le pratiche burocratiche e le denunce.
Questo è di solito il momento più delicato dell’azione, specialmente dopo lunghe ore in attesa in un luogo poco confortevole. Per questo è importante rimanere centrate sulla postura nonviolenta, per evitare che si escali.
Discussione (30’)
Cosa significa mantenere una postura nonviolenta in commissariato? (Risposte a pop corn)
Suggerimenti:
Allo stesso tempo, è molto importante conoscere i propri diritti e non lasciare che le FFOO approfittino della situazione di debolezza per raccogliere informazioni sensibili.
Dopo questa introduzione, apriamo lo spazio di condivisione per persone che hanno già subito un fermo identificativo o un arresto. Domande:
Com’è stata la tua esperienza?
Quando sei riuscita a far valere i miei diritti efficacemente e con nonviolenza, come hai fatto? Quando non sono riuscita, dove avrei potuto insistere di più? A volte sono stata non nonviolenta? Come avrei potuto gestire meglio la situazione? Il gruppo è intervenuto in mio supporto? Questo ha migliorato o peggiorato la situazione? Come mantenere la calma e chiedere con chiarezza che vengano rispettati i propri diritti?
Dopo il giro di interventi, mettiamo in chiaro alcune cose, se non sono state già dette.
Informazioni importanti (10’)
Leggi la pillola legale con sui diritti/doveri in stato di fermo o arresto
Le uniche informazioni che siamo obbligate a dare sono quelle contenute nel nostro documento di identità: nome, cognome, data di nascita, residenza. Email e numero di telefono NON sono obbligatorie, non siamo tenute a lasciarle.
Esercizio di simulazione (10-15’)
A coppie, ci si divide in poliziott* e UGin* per una simulazione di circa 3-5 minuti. Poi si cambia. Chi interpreta il poliziotto cercherà di estorcere più informazioni possibili, può anche chiedere di firmare documenti o altre cose che non siamo tenute a dire/dare. L’UGin* invece cercherà di fare valere i propri diritti con assertività e nonviolenza, e di non cedere alla richiesta di informazioni che non siamo tenute a dare.
La formazione avanzata per i ruoli in azioni di solito avviene peer-to-peer. Per esempio, una persona che ha già fatto legal observer può istruire una persona nuova. Può essere utile però dare degli elementi di base a tutte. Nel farlo però, risulta molto utile fare intervenire le persone che hanno già ricoperto il ruolo per evitare di fare una lezione frontale, e integrare informazioni se necessario.
Domande per il cerchio (si può fare un sistema giocoso di risposta a premi, per esempio si mette una borraccia al centro del cerchio e chi vuole rispondere deve prima accaparrarsi la borraccia / bastone della parola):
Vedi foto per le risposte
Domande per il cerchio (si può fare un sistema giocoso di risposta a premi, per esempio si mette una borraccia al centro del cerchio e chi vuole rispondere deve prima accaparrarsi la borraccia / bastone della parola):
Vedi foto per le risposte
Domande per il cerchio (si può fare un sistema giocoso di risposta a premi, per esempio si mette una borraccia al centro del cerchio e chi vuole rispondere deve prima accaparrarsi la borraccia / bastone della parola):
Chi è?
Una persona che si occupa di de-escalation durante l’azione in maniera specifica. Tutte siamo le peace-keeper di noi stesse e siamo responsabili per la de-escalation (abbiamo imparato come fare durante la prima parte della formazione), ma la peace-keeper ne è responsabile in maniera specifica.
Che cosa fa?
La peace-keeper supervisiona e sta in piedi per tranquillizzare le persone e spiegare la situazione. Nei blocchi stradali, spesso peacekeeper coincide con sbandierataru. Stando in piedi, la peace-keeper è mobile e può intervenire laddove la situazione è più calda.
Formula magica da dire alle persone (automobilisti soprattutto) che funziona spesso:
“Il blocco durerà 20 minuti al massimo, la polizia è già stata avvisata e arriverà nell’arco di pochi minuti”
All’arrivo della polizia, in teoria spetterebbe alle forze dell’ordine il compito di tenere a bada le persone presenti. Per questo, la peacekeeper può tentare di dileguarsi oppure rimanere sul luogo e sedersi in strada oppure continuare a dare supporto (è importante stabilirlo durante il briefing). In ogni caso, c’è sempre il rischio che la peacekeeper venga identificata dalla polizia e portata in commissariato, quindi è importante considerare questo ruolo come alto rischio esattamente come quello di sitter!
Adesso facciamo una simulazione di attacco fisico durante un blocco stradale, con diversi livelli di aggressività.
Chi non se la sente di partecipare può ovviamente limitarsi ad osservare.
Ci divideremo in due gruppi: sitter e persone aggressive
2 minuti per ogni simulazione (tieni il tempo!) poi si cambiano i ruoli
SIMULAZIONE 1: si comincia con implorazioni (“fatemi passare, vi prego!”), poi si va verso grida e violenza verbale
SIMULAZIONE 2: maggiore contatto fisico, grida. Si possono usare giornali arrotolati o calze per “picchiare” le persone.
SIMULAZIONE 3: le persone vengono trascinate a bordo strada. Le sitter provano a rientrare in strada.
Debrief
Ciao xyz, grazie per aver partecipato alla formazione all’azione diretta nonviolenta! Ti invio qui alcune risorse uitli:
Ti chiedo inoltre se puoi per favore compilare questo sondaggio di gradimento, che ci aiuterà per migliorare sempre di più le formazioni che offriamo. Grazie ancora e a presto!